I 600 Giorni Di Salò 1991 ITA SUB ITA DVD9

Category: Movies
Type: DVD
Language: Italian
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Year: 1991
Country: Italy
Director: Nicola Caracciolo, Valerio Marino
Cast: Oreste Rizzini, Adolf Hitler, Benito Mussolini, Pietro Caruso
IMDB: Link

Language : Italian
Subtitles : Italian



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A De Felice si sono richiamati quanti operano in Italia nel filone revisionistico, e del resto quando oggi si parla di revisionismo storiografico in Italia si allude soprattutto all’opera di Renzo De Felice e alle varie suggestioni da essa innescate. Su questo terreno, al pari del Mussolini tratteggiato da Delio Cantimori nella Introduzione al primo volume, De Felice è stato in grande misura “ actus, non agens”, attraverso il coinvolgimento in una battaglia politico­ culturale condotta in prima persona dai principali mezzi di comunicazione italiani. Il risultato complessivo della lunga e ininterrotta mitizzazione giornalistica di De Felice è stato, già a partire dagli anni ottanta, l’instaurazione di un nuovo senso comune che, stravolgendo completamente la storia di questo paese, ha raffigurato l’antifascismo come sinonimo di faziosità, di pregiudizio
ideologico e di sterile moralismo, e, al contrario, la rivisitazione benevola e giustificativa del fascismo come sinonimo di anticonformismo, di apertura mentale e di spregiudicatezza.

Al di là di ogni questione nominalistica, penso che i punti generali caratterizzanti il “revisionismo” di De Felice si possano così riassumere in breve:

— nella tendenza a sfumare o negare la dimensione intemazionale del fenomeno fascista, acuendo differenze e contrasti tra fascismo italiano, fascismo tedesco ed altre esperienze fasciste;
— nella tendenza a rivalutare momenti e aspetti del regime fascista tanto nella sua veste “modernizzatrice” dell’economia e della società quanto nel suo superiore “senso dello Stato e dei doveri civili” nel raffronto con l’esperienza dell’Italia repubblicana;
— nella propensione a ridimensionare ruolo e portata dell’antifascismo e della Resistenza nella storia d’Italia.

Altri fra i molti punti controversi sono:

— la negazione di responsabilità dirette del fascismo italiano nello sterminio degli ebrei;
— una ricostruzione della politica estera e coloniale fascista che ne attenua le connotazioni aggressive ed eversive dell’ordine intemazionale, tratteggiandola come politica “sostanzialmente pacifica”, sebbene abbia tenuto ininterrottamente il paese in guerra dal 1935 in poi;
— un riesame dei diversi aspetti dell’operato di Mussolini quale uomo di governo e “statista”, che è sembrato privilegiare il terreno delle intenzioni e dei proponimenti anziché dei risultati, giungendo per questa via a valutazioni spesso benevole e giustificative del suo operato.

Ma è un altro il punto più importante. Comincia ad emergere quella divaricazione tra fascismo e nazismo che diviene la chiave di volta e l’elemento caratterizzante dell’intero edificio interpretativo di De Felice. Si profila ormai nei suoi scritti la tendenziale negazione del fenomeno fascista europeo. E possibile parlare di singoli fascismi, ma non di un fascismo intemazionale, al di là di un minimo común denominatore ramente politico, che, col passare degli anni, diviene sempre più “minimo” nelle pagine di De Felice fino a dissolversi del tutto. Gli esiti estremi di questa scomposizione e frammentazione dell’esperienza fascista saranno tanto più singolari se contrapposti alla tendenza, propria del revisionismo storico e dello stesso De Felice, a ricondurre ogni aspetto della storia di altri movimenti, come quello comunista, a un modello unico e immutabile, che non può conoscere autentici percorsi nazionali e autonomi.

Il punto nodale del “revisionismo” di De Felice è, da ogni punto di vista, il raffronto tra l’esperienza italiana e quella tedesca. Solo esasperando differenze e peculiarità tra fascismo e nazismo si giunge a una netta distinzione che diviene scissura completa. Tra le varie motivazioni di questa tesi, volta a volta proposte da De Felice, prevalgono quelle riconducibili al terreno ideologico. E su questa base che si delinea l’inconciliabilità. Le convergenze avvengono poi sul terreno politico, ma avrebbero anche potuto non esserci. Il fascismo è un fenomeno rivoluzionario, il nazismo è reazionario. Il fascismo crede in una prospettiva di progresso, in un ottimismo vitalistico che tende a creare un uomo nuovo. Il nazismo ha una visione ciclica della storia, è un movimento tradizionalista, che vuol tornare indietro. Il fascismo deriva da una tradizione del totalitarismo di sinistra che ha origine nella rivoluzione francese, il nazismo da un totalitarismo di destra che ha origine nella nazionalizzazione delle masse ottocentesca.

Nella vulgata defeliciana dei mass-media è anche attraverso questa via che si suggerisce ai lettori il “salvataggio” del fascismo, riproponendone quell’immagine bonaria già largamente proposta da cinema e letteratura: i toni di una commedia, abissalmente distanti da quelli della cupa tragedia del fascismo tedesco. Il problema è che ad essere sacrificato in tutto questo è il concetto stesso di fascismo, la sua intelligibilità e riconoscibilità.

Altre caratterizzazioni salienti di questo “revisionismo” vengono dal modo di stesso di impostare e interpretare scelte fondamentali del personaggio centrale della ricostruzione di De Felice. La grande opera scientifica di De Felice è, come è noto, una biografia di Mussolini, sia pure una biografia del tutto sui generis, dove terreno biografico e terreno della storia d’Italia e del fascismo si intrecciano e si sovrappongono. Qual è, in breve, la caratterizzazione di fondo di Mussolini, posto che essa sia rintracciabile in un’opera così particolare, dalle dimensioni sterminate e così a lungo protrattasi nel tempo? A me pare che dalle pagine di De Felice emerga una costante: quella di un personaggio costretto paradossalmente dalle circostanze a compiere scelte sempre contrastanti con la sua “più intima volontà”. Le motivazioni con le quali De Felice di volta in volta giustifica questo assunto si fondano in genere su pensieri e meditazioni retrospettive di Mussolini o di altri gerarchi, o sulla divinazione di ciò che Mussolini “doveva” pensare o volere “realmente” indotte nello storico dalla familiarità con il suo personaggio. Il Mussolini di De Felice alla fine compie delle scelte, ma avrebbe sempre voluto fare una cosa molto diversa, in base al suo “vero” pensiero. Per limitarci agli ultimi anni, Mussolini avrebbe voluto acquisire “pacificamente” l’Etiopia, e non sarebbe voluto entrare nella guerra di Spagna. Il Mussolini di De Felice si lega sempre più strettamente alla Germania di Hitler con una serie di trattati-capestro solo per esercitare una pressione sull’Inghilterra in vista di un “accordo fondamentale” con essa, allo scopo di “tenere a freno” Berlino. La stessa decisione nel giugno 1940 di entrare in guerra è a suo modo una scelta “pacifista” in direzione di una “nuova Monaco” che avrebbe posto fine alla guerra. Sono, non a caso, sottolineature interpretative che tendono ad accentuare la distanza tra fascismo e nazismo proprio nel periodo cruciale in cui i due regimi convergono e si avviano uniti verso la catastrofe.

Nel rileggere a distanza di molti anni il complesso dell’opera di De Felice si resta colpiti da molte cose. Fra le altre, si avverte in misura prevalente la sensazione di una normale dialettica politica a cui viene ricondotta la vicenda del fascismo italiano, e una visione dell’agire politico inteso essenzialmente come manovra politica. De Felice si occupa pochissimo degli atti concreti di governo di Mussolini, e riconduce tutto al contemperamento e alla mediazione tra anime, correnti, frazioni. Colpisce in particolare lo schema immutato e immutabile, dal primo periodo fascista agli anni di Salò, di un Mussolini condizionato dalla mediazione perpetua fra l’ala moderata, verso la quale la sua saggezza inclinerebbe, e quella estremistica del fascismo, un “vero” fascismo, alle cui esigenze il duce è costretto a sacrificare buoni propositi e genuine propensioni.

Più in generale, il lettore ha la sensazione di trovarsi di fronte a una concatenazione di avvenimenti nella vita di un uomo e di un popolo che conducono ad esiti per lo più casuali e privi di logica. L’analisi al microscopio delle singole foglie ha fatto completamente perdere di vista la struttura, la conformazione dell’albero. Manca il senso del dramma in questa storia, il dramma di un popolo e di una società che inventano, producono, sperimentano, subiscono per la prima volta il fascismo, vale a dire un fenomeno storico che ha minacciato la sopravvivenza stessa della nostra civiltà e che è stato sconfitto solo attraverso la più grande guerra mai combattuta dagli uomini.

È stato scritto, esaltando De Felice, che la sua opera avrebbe costretto gli italiani a riconciliarsi con il proprio passato. Non credo che l’obiettivo, posto che fosse davvero tale, sia stato raggiunto in pieno. Ma non posso fare a meno di trovare inquietanti espressioni di questo tipo sulle colonne del più diffuso quotidiano nazionale. Immagino cosa proverebbero i popoli d’Europa se un giorno i tedeschi decidessero di riconciliarsi
con il proprio passato. Sviluppando il raffronto con il clima tedesco, va anche detto che in realtà una vera, seria “revisione” della storia italiana, intesa come ripensamento e rovesciamento di luoghi comuni, è ancora in gran parte da compiere nella nostra cultura. Essa dovrebbe condurre a quella presa di coscienza, storica ed etica, a cui è dovuta pervenire, dopo lunghi decenni di rimozione, la cultura tedesca, facendo i conti con
l’eredità del fascismo e con il tema delle responsabilità collettive nell’avvento e nel consolidamento del regime nazista, nonché nei suoi crimini. Un tema questo, delle responsabilità collettive, che la cultura italiana è sempre riuscita ad eludere, cullandosi nell’immagine di un fascismo bonario e nel mito di un buon italiano, capace di farsi benvolere anche dai popoli che aggredisce e che saccheggia. (Gianpasquale Santomassimo)




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